Le pratiche proposte

SpazioYoga 
 

 

I corsi di Spazio Yoga non sono differenziati per livello, né per contenuto. Ciascuna lezione comprende tutte le diverse tipologie di pratiche qui descritte, attentamente combinate per creare una condizione di equilibrio neurofisiologico e respiratorio, da cui lo stato meditativo può emergere in modo spontaneo.

La combinazione è diversa per ogni lezione ma le singole tecniche vengono riproposte ciclicamente, per poter essere meglio assimilate.

Posture: stabilità e abbandono

Viviamo in un mondo astratto, fatto di rappresentazioni: pensieri, immagini, desideri, paure, proiezioni. Trascinati dal nostro turbinio mentale, dimentichiamo spesso di essere corpo di carne e sangue e abbiamo una consapevolezza sempre più scarsa della nostra realtà fisica: il lavoro posturale dello yoga diventa allora un'occasione preziosa per recuperare questa consapevolezza e porre le basi di un equilibrio ancorato solidamente alla concretezza del corpo.
"Asana" è il mantenimento di una postura in modo fermo e stabile ma nello stesso tempo abbandonato, privo di conflitto e di competizione, anche e prima di tutto nei confronti di se stessi. Lasciando cadere ogni fantasia di prestazione, saremo liberi di esplorare il vasto e ricchissimo paesaggio propriocettivo che la postura rivela in noi: l'immobilità esteriore rende percepibili i nostri dinamismi più interni e sottili.

Tutte le posture, dalle più semplici alle più impegnative, possono essere approcciate in modo graduale, adattandone la pratica alle specifiche esigenze di ciascuno. In quest'ottica, lo sviluppo di un'attitudine di ascolto di sé attento e continuo consentirà di acquisire una visione più chiara delle proprie possibilità e dei propri limiti, accedendo a più profondi livelli di conoscenza di sé e ricomponendo quella frattura tra mente e corpo che caratterizza la condizione esistenziale dell'essere umano contemporaneo.
Per la cultura indiana, pensieri ed emozioni non nascono dall'anima, ma dal corpo: non stupisce quindi che
la pratica fisica sia considerata uno strumento per operare una trasformazione prima di tutto a livello psichico.

Sul piano strettamente fisico, invece, una pratica di asana equilibrata e priva di forzature agisce beneficamente sugli organi e sulle funzioni fisiologiche ancora più che sull'apparato muscolo-scheletrico e coltiva forza, scioltezza, sensibilità ed equilibrio in modo globale e armonico.

 

Il potere del respiro

Il respiro è il primo e più fondamentale veicolo di scambio e comunicazione tra l'essere umano e l'ambiente che lo circonda: da questo punto di vista inspirazione ed espirazione corrispondono rispettivamente alla capacità di accogliere e a quella di lasciar andare, entrambe essenziali alla vita.
Allo stesso tempo, la funzione respiratoria attraversa il confine tra il mondo cosciente, dominato dalla volontà individuale, e il mondo inconscio e istintivo: essendo sotto il controllo di entrambi, rappresenta un terreno privilegiato per far dialogare queste due dimensioni, spesso scollegate e in conflitto tra loro.
Il respiro, inoltre,  è strettamente legato allo stato mentale e a tutte le funzioni vitali fondamentali, è il ritmo che scandisce la danza della nostra esistenza: la sua ampiezza e la sua frequenza influenzano sia il sistema nervoso centrale che quello autonomo, il sistema endocrino, la circolazione e persino il metabolismo cellulare.
Non è quindi un caso che nello yoga questa potente risorsa occupi un posto centrale e sia il principale strumento del pranayama, ovvero del controllo (a-yama, parola collegata alla terminologia sanscrita utilizzata per indicare la domatura dei cavalli selvaggi) dell'energia vitale (prana). A questo livello, le pratiche strettamente respiratorie sono integrate da bandha (legature, contrazioni) e mudra ( posture e gesti accompagnati da specifici percorsi di stimolo e percezione dell'energia guidati dal respiro).
Su un altro piano ancora, il respiro può essere riconosciuto come manifestazione in noi di qualcosa di molto più ampio: del ritmo vitale che continuamente crea, distrugge e permea di sé l'intero universo; la consapevolezza dell'inspirazione, dell'espirazione e delle loro pause si apre allora su una dimensione che va ben oltre la limitatezza di quelli che crediamo essere i nostri confini individuali.

Non diremo più "io respiro", ma "Ciò respira in me".

Sequenze in movimento: il ritmo profondo

Accanto alla pratica di asana in cui, dopo una breve fase di movimento funzionale al raggiungimento della posizione, il corpo viene immobilizzato nella forma scelta, nei corsi sono proposte anche numerose sequenze dinamiche dove il movimento diventa l'essenza stessa della pratica.
La maggior parte di queste sequenze sono costituite da una concatenazione di posture che vengono eseguite una dopo l'altra in una successione fluida e continua, ritmata dal respiro in modo lento e consapevole, e non rapido e ginnico come avviene negli stili prettamente dinamici quali Bikram, Power Yoga, o Ashtanga Viniyasa.
L'elemento fondamentale che viene aggiunto alla pratica di asana è il ritmo: l'interesse principale è quello di mettere il praticante in contatto con le proprie cadenze profonde, interiori, da cui tendiamo ad essere scollegati per la maggior parte del tempo, assoggettati a ritmi ben diversi imposti dall'esterno. I tempi del corpo sono tempi cosmici: seguono il ritmo del sole, della luna e delle stagioni, non quello delle lancette dell'orologio o delle scadenze fissate sulla carta nei programmi di lavoro.
In quest'ottica, il coordinamento tra movimento e respiro assume un'importanza fondamentale e sarà sviluppato fino al punto in cui i due elementi diventeranno una cosa sola, come se la sequenza nascesse dal respiro stesso. Unificato nel respiro, saldamente ancorato al proprio ritmo interiore, il praticante eseguirà la sequenza come una vera e propria danza, che non sarà più semplicemente una successione di movimenti finalizzati ad uno scopo, ma una celebrazione del proprio stato d'essere.

 
 

Rilassamento: abbandono delle identificazioni

Mentre siamo occupati ad inseguire ciò che ci attrae, a fuggire ciò che ci spaventa, a soddisfare le nostre aspettative e quelle altrui, raramente ci accorgiamo che le frustrazioni e le contrarietà create da queste attività lasciano tracce nel nostro corpo, sotto forma di tensioni, contrazioni muscolari inconsce, disfunzioni di vario tipo. Purtroppo ne prendiamo coscienza solo nel momento in cui queste disfunzioni si cronicizzano e si accumulano al punto da diventare dolorose.
La via che lo yoga tradizionale propone per liberarsi da queste sofferenze è quella di eliminarle alla radice, cessando di identificarsi con ciò che si possiede, con la propria immagine, con il proprio ruolo sociale, lavorativo e famigliare, con le proprie idee, nazionalità, religione, squadra di calcio, eccetera. Ciascuna di queste identificazioni, infatti, ci porta a interpretare ogni vera o immaginaria aggressione nei confronti del suo oggetto come se fosse rivolta al nostro preziosissimo io, e a difenderci irrazionalmente, contraendoci. Maggiore è il numero di "simboli dell'io" che creiamo, maggiore è il numero di attacchi che crediamo di subire. 
Questa via comporta ovviamente una radicale messa in discussione di sé che non tutti si sentono disponibili ad affrontare. In attesa di aprirsi a questa disponibilità, però, chiunque può beneficiare delle tecniche di rilassamento specifiche proposte dallo yoga, che quanto meno aiutano a rilasciare le tensioni e le contrazioni parassite.
Nelle pratiche di rilassamento profondo, il tono muscolare si abbassa anche sotto la soglia minima che è normalmente conservata anche quando la muscolatura è a riposo. Se il rilassamento viene protratto a lungo, si crea una vera e propria sconnessione tra il sistema nervoso centrale e l'apparato muscolare, che si trova così libero dalle interferenze dei livelli superiori della coscienza, condizionati dalle identificazioni di cui si è parlato. Lo stato di rilassamento si trasmette anche ai vasi sanguigni e agli organi interni, le funzioni fisiologiche si regolarizzano e rivitalizzano, e l'organismo ritrova una modalità di funzionamento fluida ed equilibrata

 

Concentrazione: il ritorno al centro

 

Lo yoga è l'arresto dei vortici mentali

Patanjali Yoga Sutra I, 2

 

In questo sutra lo yoga viene definito come pratica di pacificazione mentale. 
L'immagine del movimento vorticoso suggerita da Patanjali richiama lo stato di agitazione dispersiva in cui si trova la nostra mente in condizioni ordinarie: come un animale irrequieto, corre da un pensiero all'altro reagendo agli stimoli esterni e ai propri stessi  movimenti in modo frenetico e incontrollato, indipendentemente dalla nostra volontà.

Tappa fondamentale nel processo di placare questa attività estenuante è Dharana. Questo termine, in sanscrito, significa sostegno, mantenimento, coesione; nello yoga indica per lo più una pratica  in cui la dispersione dell'ascolto viene limitata riportando costantemente l'attenzione a un oggetto scelto come "ancora" per fermare la mente, ad esempio un suono, un luogo del corpo, un mantra, il ritmo del respiro. Alcuni interpretano invece Dharana come esercizio di presenza vigile, non necessariamente focalizzato su un oggetto in particolare.
Solitamente Dharana viene tradotta in italiano con il termine "concentrazione", che è usato anche qui ma che rischia di essere fuorviante, perchè suggerisce l'idea di una tensione, di una contrattura dell'attenzione, mentre nella forma più evoluta della pratica la stabilizzazione della mente intorno a un centro avviene affidandosi alla forza di attrazione del centro stesso, piuttosto che a uno sforzo di volontà.

Nella pratica proposta nei corsi sono utilizzati il più delle volte  supporti interni (focalizzazione sul respiro, su parti del corpo, su sensazioni interne, anche legate alla pratica di asana). In ogni caso, sono evitati i supporti che veicolano contenuti religiosi o riferimenti culturali appartenenti al mondo indiano e quindi lontani dalla sensibilità della maggior parte degli allievi occidentali.

 

 

Sulla meditazione

La meditazione non è una pratica, in realtà, ma uno stato di coscienza, in cui l'attività mentale si stabilizza spontaneamente. E' caratterizzato, allo stesso tempo, da una presenza estremamente lucida e da un abbandono di sé quasi completo.

Non si può "fare" meditazione, ma solo creare alcune condizioni favorevoli da cui forse, un giorno, questo stato  scaturirà da solo. Attraverso le pratiche dello yoga si possono coltivare consapevolezza e disciplina, si possono mettere in discussione le proprie pretese egocentriche, si può raccogliere l'energia necessaria a sostenere uno stato di coscienza espansa e si può portare l'organismo nella condizione di equilibrio migliore per aprirsi ad esso; tutto questo corrisponde a ciò che Krishnamurti chiama, nel breve brano che segue, "pulire una camera e poi tenerla in ordine". Poi, a un certo punto, non avendo più altro da fare, si potrà rimanere semplicemente e tranquillamente seduti, con la parte inferiore del corpo ben radicata a terra e la colonna vertebrale che si erige in una verticalità asciutta e priva di sforzo. Ciò che eventualmente accadrà in seguito non dipenderà più dalla volontà individuale: quanto più si cercherà di ottenere o di raggiungere qualcosa, qualsiasi cosa, tanto meno si sarà disponibili a lasciarsi toccare dalla grazia della meditazione, che è con noi da sempre.

Quello che può aprire la porta è la consapevolezza e l'attenzione quotidiana: consapevolezza di come parliamo, di quello che diciamo, di come camminiamo, di quello che pensiamo. E' come pulire una camera e poi tenerla in ordine. Tenere la stanza in ordine è importante in un senso, ma totalmente privo di importanza in un altro. Ci deve essere ordine in una stanza, ma l'ordine non aprirà la porta o la finestra. Quello che aprirà la porta non è il vostro volere o il vostro desiderio. Non potreste invitare l'altro. Tutto quello che potete fare è tenere in ordine la stanza, il che vuol dire essere virtuosi per il fatto in se stesso e non per quello che esso porterà con sé. Essere equilibrati, ragionevoli, tranquilli. Allora, forse, se siete fortunati, la finestra si aprirà e il vento entrerà. Ma può anche non succedere. Dipende dallo stato della mente. E lo stato della mente può essere compreso solo da voi stessi, osservandola, non tentando mai di controllarla, non prendendo posizioni, senza mettersi in una posizione di contrasto, o essere d'accordo, senza mai giudicare - cioè osservarla senza fare scelte. E da questa consapevolezza senza scelta la porta potrebbe aprirsi e voi conoscerete quella dimensione in cui non esiste conflitto e non esiste tempo.

Jiddu Krishnamurti Libertà dal conosciuto, Ubaldini, Roma 1973